I tecnici ora danno il meglio limando la spesa. Perché sostenerli

La spending review sta faticosamente guadagnando terreno. Nel passaggio dalle decisioni prese all’interno del governo al testo del provvedimento sono stati fatti passi indietro, ad esempio nella eliminazione automatica degli ospedali con meno di 80 posti letto. Ma l’intelaiatura è rimasta in gran parte inalterata, nonostante le pressioni delle lobby, anche se non è tutto oro ciò che riluce. La cifra complessiva dei risparmi di spesa è di 4,25 miliardi quest’anno, 10,5 nel 2013 e di 11 nel 2014.
3 AGO 20
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La spending review sta faticosamente guadagnando terreno. Nel passaggio dalle decisioni prese all’interno del governo al testo del provvedimento sono stati fatti passi indietro, ad esempio nella eliminazione automatica degli ospedali con meno di 80 posti letto. Ma l’intelaiatura è rimasta in gran parte inalterata, nonostante le pressioni delle lobby, anche se non è tutto oro ciò che riluce. La cifra complessiva dei risparmi di spesa è di 4,25 miliardi quest’anno, 10,5 nel 2013 e di 11 nel 2014. Si tratta, a regime, dello 0,7 per cento del pil; non un valore elevato ma, considerate le difficili circostanze in cui ciò si attua, in un ambiente pervaso dalla retorica per cui ogni spesa pubblica riposa su sacri diritti costituzionali, è un buon inizio.
La sinistra ha dovuto trangugiare i “tagli”, e questo è il fatto più importante. Un duca di Milano, non ricordo quale, al messo pontificio vestito in pompa magna che gli portava un plico con la scomunica papale, disse in modo perentorio: “O bere o mangiare”. L’incontro si svolgeva sul ponte levatoio del castello e sotto scorreva un fiumiciattolo in cui si intravedevano pesci affamati. Perciò il messo, dato uno sguardo sotto il ponte, si decise a mangiare il papiro masticandolo più che poteva. L’idea che invece dovesse andare a bere l’acqua sotto il ponte non gli piaceva, non tanto perché ce lo avrebbero gettato, senza garbo, con tutti i paramenti addosso, i due armigeri, quanto perché non si fidava per nulla dei pesci che vi stavano, allineati, con la testa alzata e la bocca aperta, quasi in attesa che lui ci arrivasse. Se non si taglia la spesa, infatti, l’alternativa è l’aumento dell’Iva al 23 per cento e la rinuncia al finanziamento dei terremotati e degli esodati. Il centrodestra non sopporterebbe l’aumento dell’Iva, ma esso non è gradito neppure al popolo di sinistra e, mentre gli interventi per i terremotati premono a tutti, quelli per gli esodati stanno a cuore soprattutto alla sinistra sindacale.
Ecco così che la sinistra ha dovuto subire la riduzione della spesa che in parte è fatta con l’analisi economica, in parte è lineare. Appartiene al primo genere la chiusura di tribunali minori e sedi distaccate di tribunali maggiori che appaiono “rami secchi” della macchina giudiziaria (che per altro continua a essere inefficiente, con danno per la convenienza a investire in Italia), la riduzione del numero delle province (ma anche le residue andrebbero soppresse come entità politiche trasformandole in enti di secondo grado eletti dai comuni), la riduzione delle spese per beni e servizi della Pa per 75 voci, per le unità operative statali, regionali e locali, con esborsi in eccesso al valore mediano di tutte le unità operative esaminate. E fa parte della metodologia analitica delle riduzioni di spesa anche la soppressione delle società pubbliche che per il 90 per cento del loro volume di affari forniscono servizi alle amministrazioni locali di cui fanno parte: chiaramente sono un metodo per gestire fuori bilancio, con regole più lasche, attività interne della Pa, che per ottenere una maggiore efficienza dovrebbero essere privatizzate. Le società pubbliche da chiudere o privatizzare degli enti locali e altrove sono molte di più. Ma è un inizio. Il resto dei tagli è tradizionale, ma serve anche esso, quantomeno come sfida.